Fellini, il rumore lieve della fantasia sul set

Federico Fellini dirige una scena su un set anni ’60 con cinepresa e luci d’epoca in bianco e nero. Foto: Fabrizio

Le storie più vere cominciano quando il set si fa buio e qualcuno sussurra: azione.

Cinecittà odora di polvere e velluto. La cinepresa anni Sessanta ronza come una zanzara elegante, il carrello cigola piano. In fondo al capannone, un uomo con il cappotto scuro traccia traiettorie invisibili nell’aria: Federico Fellini. Sembra dirigere sogni più che comparse. Vengo per ascoltarlo, ma prima osservo. È strano come il silenzio, qui, faccia più rumore dei riflettori.

Rimini 1920, mi dicono gli appunti. Vignette su Marc’Aurelio, amicizie di radio e rivista, Fabrizi che ride alle battute. Poi Rossellini e la guerra smontata in pellicola: Roma città aperta, Paisà. Da lì, il salto: Luci del varietà con Lattuada, Lo sceicco bianco, I vitelloni. La Masina entra in campo e non ne uscirà più: La strada, Le notti di Cabiria. Nino Rota inventa marcette che restano addosso. E poi l’onda alta: La dolce vita, 8½, Amarcord. Una Palma d’oro, quattro Oscar al miglior film straniero, l’Oscar alla carriera. Ma adesso, davanti a me, c’è solo un artigiano che lima la materia del sogno.

Intervista immaginaria a Federico Fellini

Domanda: Maestro, cos’è la realtà per lei?
Fellini sorride corto. «Il visionario è l’unico realista», dice. E il set, per un attimo, sembra assentire con un fruscio.

Domanda: E il suo mestiere?
«Un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo». Poi aggiunge, piano: «Il rovescio è vero: le cose da dire arrivano, se trovi il tono».

Domanda: Da dove cominciano le sue storie?
«Da una camera a Rimini, quattro montanti chiamati come i cinema della città. Prima di dormire, salivo su quel letto e viaggiavo. Oggi faccio lo stesso, solo che la macchina da presa tiene il timone».

Domanda: Giulietta, Rota, i compagni di sempre.
«Il cinema è una banda di paese. Senza una musica che ti porta e una voce che ti guarda negli occhi, restano solo i chiodi della scenografia».

Domanda: La dolce vita scandalizzò, 8½ spiazzò, Amarcord commosse. Cosa resta?
«Una scia. Non la mia, la loro: Gelsomina, Zampanò, Cabiria, Marcello, Guido. Io li ho solo accompagnati fino alla passerella finale».

La troupe si rimette in moto. Una comparsa inciampa, due elettricisti ridono, qualcuno urla “buona!”. Fellini si avvicina alla macchina da presa come a un confessionale; appoggia la fronte, chiude un attimo gli occhi. In quell’istante capisco la sua pedagogia gentile: fare posto al mistero finché si fa immagine.

Esco dal capannone con la colonna di Rota in testa, quella marcetta che sa di nostalgia e coraggio. “Chi ha detto che si viene al mondo per essere felici?”, rimbalza da 8½. Forse basta danzare dentro l’inquadratura giusta. E, quando il buio arriva, ricordarsi che il sogno — se lo sai raccontare — è la cosa più concreta che abbiamo.